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Quanto siamo barbari?

Germani, Unni, Visigoti, Longobardi... sono nomi ai quali viene tradizionalmente associato il tracollo dell’impero romano. In realtà, queste e altre popolazioni si stanziarono nella Penisola, contribuendo a definire i caratteri della cultura «italiana». Ma vediamo come...

Da anni, ormai, l’Italia è terra d’approdo di migranti. Molti arrivano via mare, dopo viaggi drammatici, spesso segnati da epiloghi tragici. Di questa fuga da Paesi dilaniati da conflitti, carestie e fanatismi religiosi, all’opinione pubblica arriva perlopiú la parte terminale: lo sbarco, quella che a volte viene definita come «l’invasione». E, di conseguenza, quasi non si contano piú gli slogan che gridano alla «conquista» della Penisola da parte degli immigrati: «Italiani si nasce, non si diventa!» è forse il piú emblematico.
Tuttavia, in un momento critico come questo, è facile gridare al nazionalismo, dichiarando minacciata una presunta italianità. Tutto ciò può divenire strumento di propaganda politica, può incitare alla xenofobia, può lanciare messaggi tendenziosi e falsi. Come appunto quello di una presunta «italianità» con radici storiche che si perderebbero in tempi remoti…
A quando risalirebbe un momento in cui questo «marchio di genuinità tricolore» non sarebbe ancora stato contaminato da immigrati in grado di alterare, corrompere e, sostanzialmente, cancellare questa originale italianità? Ma esiste, poi, un’italianità? Anche a tale riguardo, la memoria dell’uomo, e di quello italiano in particolare, si rivela corta: prima del 1861, infatti, di «Italia» – intesa come Stato politico – non si dovrebbe parlare, e quindi neppure di «italiani».
Addio allora ai vari Leonardo, Raffello e Michelangelo, Vivaldi, Monteverdi e Rossini, Giulio Cesare, Colombo e molti altri: non «italiani», bensí cittadini della Repubblica di Genova, della Serenissima di Venezia, della Repubblica Romana e cosí via, ma non certo dell’Italia, se non come appartenenza geografica. Che l’aria di casa nostra sia buona, è un fatto, ma forse non basta: magari sarà la genetica, si sente talvolta dire. Ma di quali DNA dobbiamo parlare? Facciamo allora un enorme passo indietro, sino all’VIII secolo a.C., per seguire un breve percorso nel tempo e una piccola riflessione.

Radici anatoliche

I Romani dei primi secoli, a cui molti Italiani si sentono idealmente legati, si fusero con popoli italici (Volsci, Falisci, Equi, Osci, Sabini e molti altri) – che comunque i Romani percepivano come stranieri, si badi bene –, ma anche con un popolo che, forse, potrebbe essere emigrato dalla penisola anatolica, l’attuale Turchia: i Tirreni, cioè gli Etruschi. Mi pare dunque possibile affermare che già 2500 anni fa l’originalità italica era ormai compromessa, poiché gli Etruschi, giunti con buona probabilità dall’Asia Minore, una volta sottomessi non furono certo cacciati, ma integrati nei territori della Res publica. Analisi sul DNA di molti Toscani moderni hanno rivelato somiglianze inequivocabili con quello dell’area anatolica.
Gli ultimi re di Roma furono etruschi e perfino il nome di Roma sarebbe collegato a origini etrusche: un’ipotesi, infatti, lo vuole derivato dalla radice ru (scorrere) oppure dal vocabolo rumon (fiume). E agli Etruschi si devono molte innovazioni tecniche che oggi consideriamo romane: prima dei Romani, infatti, gli Etruschi costruirono acquedotti per portare acqua nelle città e introdussero l’uso dell’arco e della volta nell’edilizia.
La storia si ripete qualche secolo piú tardi, con la sottomissione della Magna Grecia, popolata da coloni provenienti dal Peloponneso. Nel 241 a.C. la Sicilia viene annessa a...

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