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20 Febbraio 2017

L'IMPERATORE DI DIO

«Il vero imperatore è il papa». La citazione, contenuta nel commentario anonimo del XII secolo Summa Parisiensis, tratteggia un profilo a tinte forti del pontefice medievale. La conquista di una posizione dominante sulle istituzioni temporali da parte di chi allora sedeva sul trono di Pietro fu, però, il risultato di un’ascesa lenta che, nell’Alto Medioevo, sembrava impensabile. Fino alla prima metà dell’XI secolo, il papa non riusciva ad avere il pieno controllo nemmeno della Chiesa, della quale era solo il vescovo piú illustre, con una carica quasi onorifica: lontano da Roma, infatti, le sedi vescovili seguivano spesso una linea autonoma che poteva anche contraddire le direttive del pontefice.

Solo con l’avvento di Gregorio VII il papato rafforzò la sua dimensione centralista, con l’ambizione di diventare un organismo di tipo monarchico nell’ambito della propria giurisdizione spirituale. In seguito, grazie al concordato di Worms (accordo stipulato il 23 settembre 1122 tra l’imperatore Enrico V e papa Callisto II, con cui si pose termine alla lotta fra papato e impero per le investiture: distinguendo tra investitura episcopale e investitura feudale, si convenne che la prima, conferita con anello e pastorale, spettasse esclusivamente al papa o a un suo rappresentante, mentre la seconda, conferita con lo scettro, competesse all’imperatore, n.d.r.), il papa si trovò in dote il dominio assoluto sulla cristianità, con la benedizione dell’impero che di lí a poco, però, avrebbe subito un ridimensionamento della propria autorità a opera della stessa Chiesa di Roma.

Ma che cosa spinse i pontefici dell’età di Mezzo alla grande scalata al potere temporale? Non certo solo l’ambizione o un calcolo strategico, ma anche la necessità di riproporre nel corso della storia «l’incarnazione della Fede», rifiutando quelle tesi esclusivamente «spirituali» della funzione ecclesiale che in seguito ispirarono, per esempio, Celestino V, l’uomo del «grande rifiuto». I papi che ambivano al controllo del potere imperiale furono spesso definiti semplicisticamente «teocratici», senza una rigorosa indagine sulla reale natura del loro progetto politico. Attraverso il governo laico, i successori di Pietro volevano, in sostanza, essere presenti nel loro tempo, immergendo la vocazione al trascendente in uno scenario in cui si decidevano davvero i destini dei propri fedeli. Senza cadere, però, nella tentazione di riprodurre i vizi tipici delle corti imperiali. Non a caso, due grandi teocrati come Innocenzo III e Gregorio VII si batterono strenuamente per liberare la Chiesa dalla corruzione e dalla secolarizzazione, propugnando forme di rigore morale di chiara derivazione mistica.

La politica, per i pontefici, non era una materia sconosciuta. Fin dal V secolo avevano dovuto occuparsene, loro malgrado, in seguito al declino dell’autorità imperiale, nel periodo in cui infuriavano le invasioni barbariche: incombenze come l’amministrazione della giustizia, il trattare con nemici quali gli Unni e i Goti o il procacciare viveri per la popolazione rappresentarono in quel periodo un impegno pressoché costante per il vescovo di Roma. I vari pontefici lo assolsero con cognizione di causa, grazie alla loro provenienza da ambienti aristocratici, nei quali avevano appreso l’arte della gestione del governo temporale. Con l’invasione longobarda, un secolo dopo, il papato si trovò obbligato a firmare un’alleanza con il regno dei Franchi. Quell’atto fu il primo vero salto di qualità politico per i pontefici, i quali, appoggiandosi a un nuovo, forte impero assunsero maggior influenza sulla Chiesa Occidentale e piú autorevolezza anche nelle questioni secolari. Per giustificare il proprio diritto di governo, i papi cominciarono a utilizzare in quel periodo un falso documento apocrifo, il Constitutum Constantini, secondo il quale l’imperatore Costantino I aveva assegnato loro in età antica la sovranità sull’Impero Romano d’Occidente.

Solo con Gregorio VII prese definitivamente forma il progetto di «papa-imperatore», padrone della cristianità investito direttamente da san Pietro e supervisore anche del potere politico. Grazie al contributo di Bernardo di Chiaravalle il progetto «assolutista» si affinò anche dal punto di vista dottrinale, giungendo alle estreme conseguenze: il papa traeva il proprio potere direttamente dal Messia (come Vicarius Christi), non piú solo da san Pietro, ed era ingiudicabile da qualsiasi autorità. Il pontefice, in pratica, gestiva il proprio mandato come lo avrebbe fatto Cristo in persona, anche se si occupava troppo spesso di questioni di mera natura giuridicoamministrativa. Nemmeno Federico Barbarossa, con i suoi sogni di restaurazione del Sacro Romano Impero a guida secolare, riuscí a fermare l’attuazione dell’ambizioso disegno del papato, che trovò la sua formulazione piú compiuta in Innocenzo III. Con lui il conferimento del potere all’imperatore rappresentava una sorta di «favore apostolico» diretto a un mero funzionario della cristianità, a un «dipendente».

Il declino del primato temporale del papa, dopo lo scontro con Federico II, coincise con il proliferare delle monarchie nazionali in Europa. La Chiesa si era appoggiata al sistema imperiale per estendere il suo controllo territoriale e si trovava all’improvviso obbligata a trattare singolarmente con una pluralità di interlocutori. L’ascesa della borghesia, inoltre, comportò un processo di progressiva laicizzazione del potere politico, rendendolo spesso insensibile alle direttive provenienti da un’autorità spirituale. Dopo il tentativo di ritorno allo splendore perduto, operato da Bonifacio VIII, i pontefici cercarono, senza fortuna, di rallentare l’inevitabile inversione di tendenza del rapporto di forza tra papato e potere dei sovrani. Lo fece Clemente V, per esempio, che riuscí a non far condannare post mortem Bonifacio dal re francese Filippo IV il Bello, temendo di veder cancellato il principio della «ingiudicabilità del papa». Il declino, a ogni modo, si stava già compiendo. Fu proprio il regno d’Oltralpe a segnare il definitivo distacco della Chiesa dai fasti universalistici.

Lo spostamento della sede del papato da Roma ad Avignone, nel XIV secolo, contribuí a provincializzare la figura del pontefice, riducendolo a referente del monarca di Francia e a titolare di un virtuale potere centrale sulla Chiesa. Il papa, per lungo tempo padrone assoluto della comunità dei cristiani, fu spogliato della sua identità di «monarca» e tornò a essere solo il vescovo di Roma, garante del depositum fidei. Figure di sterili «papi re», contemporanee all’incedere del Rinascimento, non incisero in un processo ormai avviato di distribuzione in senso orizzontale del potere ecclesiastico, che vide crescere d’importanza il concilio e il collegio dei cardinali. Anche i fedeli sembravano non subire piú il fascino del grande capo della Chiesa, aderendo invece a quella visione individualistica del rapporto tra credente e Dio, senza piú la mediazione dell’autorità ecclesiastica.

Il Medioevo volgeva al tramonto con la scomparsa della personalizzazione dell’apostolato della Chiesa in una sola figura: quel pontefice, che qualora consacrato in modo canonico diventava «senza dubbio santo per i meriti del beato Pietro», come teorizzato da Gregorio VII. Una santità automatica, garantita dalla carica rivestita, che prescindeva anche da possibili malefatte compiute: «Gli eccessi e i crimini non tolgono nulla ai papi della santità e del potere insiti nella loro carica», sentenziava il Corpus Iuris Canonici nel XII secolo.

Il Medioevo dei papi, tuttavia, non fu soltanto il lungo racconto di una vocazione gerarchica, lo spegnersi di un sogno teocratico e lo scatenarsi della repressione dell’eresia. A suo modo può essere definito anche un passo verso la modernità. Alcuni pontefici recepirono, per esempio, le istanze provenienti dal basso per una maggiore moralità di costumi da parte del clero e sostennero, seppur con alti e bassi, gli Ordini monastici. Altri diedero impulso alla diffusione della cultura, contribuendo in modo determinante alla nascita e allo sviluppo delle prime università: il clima era propizio anche in virtú del dominio incontrastato in campo teologico e filosofico della Scolastica, con il suo tentativo, forse insuperato, di conciliare scienza e fede.

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