In edicola dal 31 Agosto 2018

Andare oltre

«Navigare necesse est; vivere non necesse». Secondo lo storico greco Plutarco, con queste parole («Navigare è indispensabile, vivere no»), Pompeo avrebbe incitato i propri marinai a prendere il mare alla volta del porto di Roma senza curarsi del cattivo tempo, cosí da fornire all’Urbe il grano necessario per il proprio sostentamento. Se tale espressione non si fosse caricata, nel tempo, degli ideali d’un baldanzoso arditismo, potremmo dire ch’essa non faccia che veicolare la nobile idea del vivere fino alla morte per un ideale. D’altra parte, è grosso modo negli stessi termini che essa è stata ripresa nel corso del tempo da soggetti molto distanti tra loro: dalla Lega anseatica al D’Annunzio delle Laudi, dal primo Mussolini del Popolo d’Italia al Pessoa di Navegar é preciso, viver não é preciso.
Quel che interessa, a ogni modo, è che essa incarni – non è certo quanto consapevolmente – una delle caratteristiche del viaggio in genere, e del viaggio per mare in particolare: l’impellenza del dinamismo, la necessità di prendere il largo, di guardare avanti; possibilmente, senza perdere la rotta. Non necessariamente con sprezzo del pericolo. Anzi, il piú delle volte temendo di non fare ritorno. Spesso, e non a caso, tali riflessioni sono state accostate al viaggio marittimo, piú che al viaggio terrestre. Il primo, infatti, è stato a lungo ritenuto il viaggio per eccellenza, in quanto capace – almeno sino all’avvento dell’aeromobile – di connettere luoghi distanti tra loro; di favorire i processi di acculturazione grazie allo scambio d’idee, opinioni, merci, religioni, malattie, cure, saperi; financo di figurare il grande viaggio della vita.
Navigare, dunque. Perché vivere necesse est. Per esplorare, conoscere, commerciare, farsi la guerra e fare la pace, conquistare, difendere. In una parola: interagire. Giacché – parafrasando Ibn Battuta (grande viaggiatore ed esploratore arabo del XIV secolo, n.d.r.) – chi non naviga, non conosce il valore degli uomini. È quanto l’uomo tenta di fare da sempre; tanto piú in quel lungo millennio che chiamiamo «Medioevo», solitamente descritto, quantomeno per buona sua parte, come sostanzialmente legato alla terra. Ma che cosa voleva dire, nel corso di quei mille anni, prendere il mare? Quali i segreti della costruzione navale, della navigazione, della guerra sul mare? Quale la condizione degli equipaggi? E poi, su quali realtà si fondava la perpetrazione dell’odissiaca metafora del viaggio citata nella letteratura del tempo? Nelle pagine di questo Dossier entreremo in contatto con la materialità del viaggio per mare. Ci soffermeremo sul- la navigazione nell’ampio bacino del Mediterraneo, con particolare riguardo ai tre principali attori marittimi della Peni- sola – Genova, Pisa e Venezia –, ma senza dimenticare i porti del Meridione, sui quali ci affacceremo di tanto in tanto. Cercheremo, altresí, di gettare lo sguardo oltre i limiti, geografici non meno che concettuali, del Mediterraneo stesso. Avremo a che fare, pertanto, con la gente di mare, e cioè con quegli autentici naufraghi della storia – uomini spesso senza volto – che costituivano il nerbo degli equipaggi di navi e galee; cosí come con tutti coloro che ruotavano attorno a quelle brecce lungo la costa che erano – e sono – i porti, giungendo a tratteggiare i contorni di un Medioevo diverso – quantomeno, diverso dal solito –: d’un Medioevo marinaro, marittimo, navale che larga parte ha avuto nella costruzione concettuale di un Occidente teso a oltrepassare i limiti impostigli dalla natura.

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