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SIMONINO E IL MARTIRIO CHE NON C’ERA

Il 23 marzo 1475, un Giovedí Santo, il piccolo Simone Lomferdorm scomparve misteriosamente tra i vicoli di Trento, città alpina di antica origine, adagiata su un’ansa del fiume Adige, che all’epoca dei fatti era parte dell’impero asburgico e da circa dieci anni era governata dal principe vescovo Johannes Hinderbach (1418-1486), autorità spirituale e temporale dell’omonimo principato vescovile.

A lui si rivolse, venerdí 24 marzo, il conciapelli Andrea, padre del bambino scomparso e, in un primo momento, dichiarò di temere che Simone – che aveva poco piú di due anni – fosse accidentalmente caduto nell’acqua del fossato che scorreva davanti alla casa di famiglia. Il vescovo affidò le ricerche al podestà di Trento, il bresciano Giovanni de Salis, il quale emanò un bando per invitare chiunque avesse notizie a presentarsi. Alla fine della giornata, tuttavia, i sospetti del padre si orientarono verso la piccola comunità ebraica locale, costituita da circa trenta persone, quasi tutte di origine ashkenazita (germanica). Nel rivolgere istanza al podestà cittadino, Andrea Lomferdorm dichiarò infatti di aver udito da molte persone che gli Ebrei, nei giorni della Settimana Santa, rapivano e uccidevano i bambini cristiani.

Una credenza terribile e assurda
La diceria riportata da Andrea era largamente diffusa nella mentalità popolare – soprattutto nei territori a nord delle Alpi – e costituiva una delle principali superstizioni cristiane nei confronti degli
Ebrei. Secondo tale credenza, tanto terribile quanto assurda, gli Ebrei erano soliti compiere sacrifici rituali di... (Continua la lettura sul numero di Medioevo in edicola o ABBONATI ORA!)

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