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Cronaca di una morte annunciata


La data del 476 d.C. viene per convenzione considerata come lo spartiacque fra antichità e Medioevo. Tuttavia, la deposizione di Romolo Augustolo e l’ascesa del generale «barbaro» Odoacre non fecero altro che sancire, dal punto di vista formale, la fine di un sistema da tempo al collasso.

Si può davvero definire Odoacre come l’«assassino» di Roma e dell’impero romano? Per rispondere, occorre ricostruire le problematiche vicende di cui fu protagonista. Il 23 agosto del 476 d.C., il generale Odoacre fu proclamato re dalle truppe federate di cui era al comando, composte da Eruli, Rugi, Sciri e Turcilingi, stirpi appartenenti al «ramo orientale» delle tribú germaniche, perciò affini ai Vandali e ai Goti, di probabile origine scandinava. Fino alla metà del II secolo d.C., queste tribú erano stanziate tra l’Oder e la Vistola, lungo la riva meridionale del Balti-co, per por emigrare sul Mar Nero e, intorno alla metà del V secolo, stabilirsi nel Norico – attuale Austria -, sottraendolo al controllo di Roma. Nello stesso torno di tempo, alcuni nuclei di queste tribú vennero in Italia come foederati, cioè «truppe alleate» tenute a combattere per l’impero in cambio di adeguato vettovagliamento. 

La ribellione – determinata dal rifiuto dell’imperatore di attribuire un terzo delle terre ai federati – portò all’immediata deposizione (4 settembre) dell’imperatore Romolo – detto «Augustolo» – un fanciullo di appena sedici anni, in nome del quale governavano il padre, Oreste, e lo zio, Paolo. Entrambi erano romani, di origine panno-niche, e avevano prestato servizio presso la corte di Attila (435-453), il re degli Unni. Morto Attila, Oreste si era trasferito a Roma con il fratello, Paolo, dove fece carriera nell’amministrazione militare fino a diventare – sotto l’imperatore Giulio Nepote (474-475) – patricius et magister militum presentalis, cioè comandante supremo dell’esercito.

Le insegne lasciano Roma

Nel 475, con un atto di forza, Oreste aveva deposto Nepote, esiliandolo in Dalmazia, e aveva imposto come imperatore il figlio, Romolo, non riconosciuto dall’impero d’Oriente. Odoacre, quindi, non fece altro che ripetere quanto lo stesso Oreste aveva fatto tempo prima: la novità fu che il generale «barbaro» rifiutò di nominare un nuovo Augusto, ma assunse egli stesso il potere e inviò le insegne imperiali a Costantinopoli, a dimostrazione che non vi era piú bisogno di un imperatore in Occidente.

Come piú volte ricordato, la deposizione di Romolo sancisce – nella periodizzazione storiografica convenzionale – la fine dell’età antica e l’inizio del Medioevo. Comunque la si pensi al riguardo, il 476, da un punto di vista strettamente politico-amministrativo, non può essere considerato solo come una «data convenzionale». Pertanto, se è vero che un impero è tale solo se governato da un imperatore, allora bisogna convenire che, da quel momento, in Occidente non vi furono piú imperatori, ma solo re «barbari». Ne discende che la deposizione di Romolo Augustolo sancí, realmente, la «fine» dell’impero romano d’Occidente, anche se solo da un punto di vista giuridico e istituzionale.

Sebbene avesse deposto l’imperatore con un atto di forza, il generale fu magnanimo. Romolo, con adeguata scorta, venne inviato in esilio a Napoli, presso il Castrum Lu-cullanum, antica villa del generale romano Lucullo (I secolo a.C.), poi riadattata a fortificazione (V secolo d.C.), e corrispondente all’attuale Castel dell’Ovo. Qui il giovane

Augusto trascorse il resto della sua vita sotto adeguata sorveglianza, usufruendo di una pensione di Stato di circa 6000 solidi fino alla morte, sopraggiunta probabilmente intorno al 485. L’appannaggio attribuito a Romolo da Odoacre è stato interpretato in vari modi: non solo come «vitalizio», legato all’importante funzione pubblica rivestita dal giovane, ma anche come corresponsione di un Wergeld germanico, cioè di un guidrigildo, una «compensazione pecuniaria» dovuta per…

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