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Montaperti 1260, la battaglia inventata


Lo scontro campale di Montaperti, combattuto tra Firenze e Siena, è diventato celebre più per i versi di Dante che per la sua reale importanza storica. E fu da subito circondato da falsità e oggetto di propaganda. Ecco cosa accadde davvero quel fatidico 4 settembre 1260.

Lo scrisse lo storico Ernesto Sestan, alla fine del ‘900, che Montaperti di fatto è un episodio di guerra «salito a universale rinomanza – come, del resto, Campaldino – più che per la sua portata storica in sé, per essere stato ricordato da Dante a proposito di una delle figure più drammaticamente potenti della sua Commedia», cioè Farinata degli Uberti. Dante Alighieri, pur essendo nato cinque anni dopo il fatidico 1260, rammenta infatti talmente tante volte e in vario modo questo episodio da averlo reso davvero immortale.

Sono famosissimi i versi dello «stra-zio e il grande scempio», l’immagine sanguinolenta dell’«Arbia colorata in rosso», e ancora il «malvagio traditore» Bocca degli Abati, o il fiero Farinata degli Uberti: luoghi e personaggi divenuti iconici e legati a doppio filo con uno tra i più significativi scontri del conflitto che infiammò la Toscana nel corso del XIII secolo.

Due città in lotta per il predominio

A metà del Duecento in Toscana centrale iniziano a emergere due centri che, ormai da decenni, appaiono come destinati a scontrarsi per il predominio sul territorio: Siena e

Firenze. Le due città, infatti, si affrontano a partire dal 1141, con una cadenza impressionante, sino agli anni ’80 del XIII secolo quando, dopo aver risolto altre contese e i rapporti di forza, si instaura un clima di reciproco rispetto che durerà quasi sino alla fine del secolo seguente. Tale clima di continua belligeranza era dovuto alla prossimità di queste due città – divise da valli ricche come il Chianti e la Valdelsa – ma anche all’assenza di un sovrano che potesse appianare le divergenze e creare una politica comune.

Nell’ottobre del 1250 il comune di Firenze aveva dato vita ad un governo popolare, il cosiddetto Primo Popolo, per sostituire quello guidato dal vicario imperiale. Quindi, benché si proclamasse super partes, di fatto questo governo aveva posto fine a un regime di obbedienza imperiale. Questa scelta non avrebbe avuto lunga vita dal momento che, già nel giugno dell’anno seguente, le città di fede ghibellina di Pistoia, Pisa e Siena strinsero un patto contro Firenze, coinvolgendo, pochi giorni dopo, anche diversi membri delle più importanti casate ghibelline della città del Giglio, guidate da Manente, detto Farinata, degli Uberti.

Costoro giurarono segretamente, in una capanna in Val di Strove, che erano pronti a rovesciare il governo per impadronirsi del potere attuando un vero e proprio colpo di stato: qualora il piano fosse fallito, Siena era pronta ad accoglierli, indennizzarli e stipendiarli. Per ben due volte i ghibellini di Firenze avrebbero tentato, senza riuscirvi, di rovesciare il potere costituito: una prima volta nel 1251, una seconda nel 1258.

Tra questi due episodi si inserisce una fase di guerra regionale che culmina nel 1254 quando Firenze tenta di conquistare la strategica Monteriggioni: è allora che Siena viene a più miti consigli e stipula un’onerosa pace con la rivale. Secondo tale trattato Siena avrebbe dovuto rinunciare a ogni diritto su Montepulciano, su Montalcino, su Castiglione e su Campiglia d’Orcia: la pace si trasforma addirittura in «un patto d’amore perenne […] una società destinata a durare in perpetuo». Le parole erano sicuramente poetiche ma, appena tre anni do-po, questo patto d’amore eterno fu spezzato quando Siena offrì la propria protezione ai Ghibellini di Firenze espulsi dal proprio comune per l’ennesimo tentativo di rovesciare il governo nel luglio del 1258. Alcuni dei cospiratori furono catturati e due furono appesi alla forca mentre altri ripararono proprio a Siena, spianando la strada per…

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