Trame di simboli, mappe, storie e pratiche spirituali: una mostra a Brescia ripercorre la storia dei tappeti cinesi tra il XV e il XIX secolo.
A partire dalla fine del XVII secolo, grazie anche alle opere del gesuita, filosofo, storico e museologo tedesco Athanasius Kircher, in Europa iniziò a diffondersi il fenomeno delle «Cineserie» (Chinoiserie), ovvero il periodo in cui l’arte europea subì un forte influsso dell’arte cinese (e dell’Estremo Oriente in generale), che conobbe la sua massima espansione nel XVIII secolo. Tale fenomeno portò alla diffusione di architetture e decorazioni di interni di «gusto cinese» nello stile rococò e di preziosi manufatti artistici quali ceramiche, oggetti laccati, in bronzo, giade, mobili, pitture (originali o di imitazione prodotti in Europa) e al formarsi di grandi collezioni.
È interessante notare che, in queste collezioni, è quasi (tra il 2015 e il 2016) e quella attualmente allestita al MITA, Le Trame del Dragone. Tappeti cinesi delle dinastie imperiali, visitabile su prenotazione fino al prossimo 25 ottobre». Colpisce comunque l’esiguità dei manufatti. «In effetti i tappeti cinesi attualmente identificati come certi nel mondo sono solo poche centinaia, e quasi tutti nelle collezioni occidentali, tra cui proprio il MITA, che ne conserva più di 40. Questo può essere dovuto anche alle distruzioni operate in occasione delle guerre, a partire da quelle dell’Oppio, e agli sconvolgimenti avvenuti dopo la fine dell’Impero nel 1912».
«Dei pezzi esposti nella mostra possiamo identificare tre grandi gruppi comprendenti sia tappeti cinesi propriamente detti (Kansu e Ningxia) che quelli provenienti dalla zona dell’attuale Xinjiang, in particolare dalle città di Kashgar, Yarkand e Khotan (che costituiscono il primo gruppo)», racconta Giovanni Valagussa, curatore della mostra. Queste tre città (che danno anche il nome ad altrettante tipologie di tappeti) sorgevano in oasi ai margini del deserto del Taklamakan, prima di entrare nella Cina interna, lungo la via della seta, al confine con l’area di produzione dei tappeti cosid- detti «persiani» e «anatolici». «L’antica Khotan era la capitale di un millenario regno buddista e da lì in avanti si entrava nei territori dell’impero, fino alle capitali: l’antica Nanjing (Nanchino, letteralmente «capitale del sud») e poi Bejing (Pechino, «capitale del nord»)».
Un percorso che caratterizza anche la mostra che, attraverso tappeti databili tra il XV e il XIX secolo (dinastia Ming, 1368-1644, e Qing, 1644-1912) accompagna i visitatori dalle sterminate zone di deserti e montagne di confine ai territori interni, fino alle città e ai palazzi imperiali. Mondi che si susseguono in unica grande narrazione che mostra differenze e analogie, continuità e innovazioni, in una evoluzione precisa e costante, più geografica che cronologica. «Qui le trame diventano simboli, mappe, storie e pratiche spirituali, restituendo l’atmosfera estetica e rituale dell’impero più…
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