Roma, ormai vuota, è in fiamme!
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Roma, ormai vuota, è in fiamme!

Nel 593 papa Gregorio Magno descrisse la Città Eterna in rovina, devastata dai Longobardi. Tra retorica apocalittica, visioni escatologiche e realtà storica, quello che emerge è il volto di una città ferita ma ancora viva, sospesa tra le vestigia dell’eredità tardo-imperiale e i primi vagiti della nascente civiltà medievale.

Nell’anno 593, nella sesta omelia a commento dei versi 17-19 del quarantesimo capitolo del Libro di Ezechiele, Papa Gregorio Magno tratteggiò uno dei più toccanti e apocalittici ritratti di Roma. La città un tempo Signora dell’ecumene, come molte altre città e campagne, era ora logorata e distrutta dagli invasori longobardi; il popolo, come il Senato, aveva abbandonato la città, desolata e ormai ridotta in rovina.

In una sola triste e lacrimevole immagine, secondo Papa Gregorio, Roma bruciava ormai vuota: «Ora io vi domando: che cosa ormai ci può attirare in questo mondo? Dovunque vediamo lutti, dovunque sentiamo gemiti. Distrutte le città, abbattute le fortezze, devastate le campagne, la terra è stata ridotta a un deserto. Non è rimasto nessuno a coltivare i campi, quasi popolo è scomparso e tuttavia ogni giorno più si odono i gemiti dei superstiti colpiti da inumane tribolazioni. Roma, ormai vuota, è in fiamme!» nessun abitante nelle città; e tuttavia anche questi piccoli resti del genere umano sono colpiti continuamente ogni giorno. […] Vediamo alcuni deportati come schiavi, alcuni mutilati, altri uccisi. […] Ma noi vediamo come è ridotta Roma stessa, che un tempo sembrava la dominatrice del mondo. Schiacciata in tanti modi da immensi dolori, dalla desolazione dei cittadini, dall’attacco dei nemici, dai continui crolli. […] Dov’è infatti il senato? Dov’è ormai il popolo?

Si sono bruciate le ossa, si sono consumate le carni, si è estinto in essa ogni ordine di dignità temporale. Si è cotta tutta la sua poltiglia. E tuttavia quelli che siamo rimasti, e non siamo pochi, siamo continuamente oppressi ogni giorno dalla spada e da tribolazioni senza numero. […] Manca il senato, il popolo è scomparso e tuttavia ogni giorno più si odono i gemiti dei superstiti colpiti da inumane tribolazioni. Roma, ormai vuota, è in fiamme!»

«Da ogni parte siamo circondati dalle spade»

Un panorama indubbiamente lugubre e apparentemente senza speranza di salvezza. Dovunque si vedevano i segni tangibili di calamitates ac tribulationes; morte, lutto e desolazione erano ovunque e l’amarezza per un quadro così triste era senza pari. Nel tardo autunno dello stesso anno, le milizie longobarde guidate dal re Agilulfo erano giunte fin sotto le mura di Roma e il pontefice addolorato aveva deciso di interrompere le Homiliae in Hiezechihelem profetam perché il suo stato d’animo, angosciato e ferito dalla perfidia Langobardorum, non gli consentiva più di…

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