La rivoluzione umbra del Trecento
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La rivoluzione umbra del Trecento

L’Umbria celebra l’ottavo centenario della morte di san Francesco con un grande mostra alla Galleria Nazionale di Perugia, che illustra come il cantiere di Assisi, guidato dal linguaggio innovativo del geniale artista toscano, abbia trasformato la figura del santo serafico in una straordinaria «narrazione visiva». Influenzando indelebilmente l’intera produzione artistica del suo tempo.

Ci sono momenti nella storia che possono davvero essere definitivi, senza retorica, epocali e irripetibili. Uno di questi è l’istante in cui il carisma di san Francesco incontra il genio di Giotto, dando vita a una «rivoluzione» che segna la nascita dell’arte moderna. Nell’ultima parte del XIII secolo, infatti, si assiste al passaggio da un linguaggio forbito e stilizzato, in debito con la tradizione bizantina, della cosiddetta «maniera greca», alla rivoluzione figurativa promossa dal maestro fiorentino, capace di imbrigliare e restituire la realtà e i suoi affetti con una coerenza e una credibilità fino ad allora del tutto inedite.


A questo tema è dedicata la grande mostra Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento, in corso fino al 14 giugno nella Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia nell’ottavo centenario della morte di san santo serafico. Curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi e accompagnata da un monumentale catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, l’esposizione si concentra su un passaggio preciso e databile: gli anni che seguono l’elezione di papa Niccolò IV nel 1288, quando il cantiere della basilica di Assisi viene trasformato in un progetto visivo coerente, pensato per costruire la memoria di Francesco. L’assisiate è morto da poco più di sessant’anni, la sua figura è ancora storica, non ancora simbolica. La pittura chiamata a raccontarlo si trova davanti a un problema concreto: dare forma a una vicenda recente, riconoscibile, popolata da gesti, luoghi e relazioni. E che possa parlare a tutti.

La pittura, «visibile parlare»

Ed è qui che subentra l’intervento di Giotto. La sua presenza ad Assisi, intorno al 1290, coincide con la necessità di completare rapidamente il ciclo delle storie francescane nella basilica superiore con un lavoro che non è individuale ma di bottega, frutto di una squadra ampia, reclutata anche tra pittori locali. Il dato non è secondario, perché spiega la diffusione immediata del nuovo linguaggio «realistico» introdotto dal pittore toscano. Da questo momento, le immagini prodotte ad Assisi diventano un modello operativo, osservato da vicino e replicato in tutta la regione.
Il ciclo francescano introduce una costruzione narrativa continua, che…Aaa

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