A 850 anni dalla vittoria della Lega Lombarda contro Federico Barbarossa, ripercorriamo le vicende del duro scontro che portò i Comuni a ottenere maggiori autonomie dall’impero. Un trionfo che «vendicò» il terribile assedio di Milano e l’inaudita distruzione della città, avvenuti 14 anni prima.
Nella mattina del 29 maggio di Legnano, nei pressi del borgo di Legnano, a nord-ovest di Milano, le forze dell’imperatore Federico I Barbarossa e quelle della Lega delle città lombarde stavano per affrontarsi in battaglia. Si trattava di due gruppi molto diversi, che rappresentavano due società altrettanto diverse. Da un lato l’esercito di Federico, composto da circa 3.000 cavalieri pesanti, altamente addestrati e guidati da nobili e vescovi, espressione di un mondo aristocratico, nel quale combattere era un privilegio riservato alle élites che detenevano il potere.
Dall’altro, le forze comunali, stimate tra 12.000 e 15.000 uomini, erano costituite prevalentemente da fanteria, affiancata da un contingente di cavalleria meno esperta, specchio della società urbana italiana, che coinvolgeva tutta la popolazione (almeno quella maschile) nel diritto-dovere di governare la città e di difenderla.
La testa in Germania
Nell’Impero, il potere derivava dall’alto e discendeva dal sovrano ai suoi principi e da costoro ai loro collaboratori e funzionari, men- tre i sudditi erano tenuti all’obbedienza. Nell’Italia centro-settentrionale, invece, si era sviluppata una forma politica profondamente diversa. Tra la fine dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, a sud delle Alpi l’autorità regia si era rivelata sempre più debole e poco efficace, soprattutto a causa di due fattori, ossia la lunga e aspra «lotta per le investiture» tra papato e impero (1076–1122), dall’altro le guerre interne tra le grandi casate tedesche di Svevia e di Baviera (1127–1152), per il controllo della corona imperiale. Questo contesto di instabilità e assenza di controllo diretto favorì un profondo cambiamento politico nelle città dell’Italia settentrionale. I centri urbani approfittarono del vuoto di potere per sviluppare forme di autogoverno sempre più ampie. Nacquero così i comuni, istituzioni autonome in cui i cittadini eleggevano annualmente dei magistrati, detti consoli, incaricati di governare la città e il territorio circostante. Si trattava di una forma originale di organizzazione, basata sulla partecipazione attiva alla vita pubblica da parte della cittadinanza, sul consenso della quale si basava la legittimità del potere.
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