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Quando Francesco impugnò le armi


Prima della conversione, il giovane mercante di Assisi visse l’orrore della guerra e della prigionia a Collestrada nel 1202: un’esperienza traumatica che incise profondamente sulla sua psiche, ponendo le basi per il suo cammino di pace.

Alcuni personaggi sono talmente legati al ruolo che la Storia gli ha assegnato che risulta difficile se non impossibile immaginarli in altre vesti: Dante Alighieri, prima che poeta, fu guerriero e politico, Cavour, prima che ministro, fu agronomo e appassionato viticoltore, Charles Darwin, prima di elaborare la teoria sull’evoluzione, studiava teologia all’università, con l’obiettivo di diventare pastore anglicano. Francesco d’Assisi, prima di diventare il santo che noi tutti conosciamo, era un giovane viziato e scapestrato, come molti figli di mercanti benestanti. La storia della sua conversione è legata principalmente ad un lungo stato di infermità, all’incontro col lebbroso ma c’è anche un episodio militare che, probabilmente, incise in profondità nell’animo di Francesco e che, almeno in parte, ne determinò un radicale cambiamento. Francesco, infatti, fu soldato e visse l’esperienza della guerra e della prigionia, uscendone (forse) profondamente diverso.

Il centro Italia è costellato di fortificazioni del XIV secolo, volute dal cardinale Egidio Albornoz, inviato da papa Innocenzo VI con una bolla straordinaria emanata il 30 giugno 1353: il cardinale infatti fu creato vicario generale «terrarum et provinciarum Romanae Ecclesiae in Italiae partibus citra Regnum Siciliae». Dopo aver sconfitto Giovanni di Vico, anche alcune città ghibelline dell’Umbria − come Terni, Todi e Amelia − tornarono sotto l’autorità papale. Una volta recuperate tutte le terre della Chiesa, negli anni sessanta del XIV secolo l’Albornoz diede il via ad un progetto di fortificazione dello stato, la cosiddetta «politica delle Rocche», con cui fece edificare una serie di fortificazioni che andarono a costituire una spina dorsale armata lungo l’asse che dalla Romagna scendeva fino al Lazio. Furono fondati ex novo nuovi castelli e nuove rocche, come quella imponente di Spoleto, oppure in altri casi, come ad Assisi, furono restaurate o ampliate fortificazioni precedenti.

La ricostruzione trecentesca della Rocca Maggiore di Assisi, si impose dunque sulla base di un’antica fortificazione attestata già nel 1174, quando ne prese possesso l’arcivescovo di Magonza Cristiano di Buch, cancelliere di Federico I. Negli anni del Barbarossa dominava in quest’area dell’Umbria Corrado di Urslingen, duca di Spoleto, nonché conte di Assisi. L’Albornoz sfruttò dunque i resti di una precedente rocca, giacché nel 1198, la fortificazione imperiale fu rasa al suolo, in un’epoca in cui rivolte e distruzioni in città erano parte di quel rituale di conflittualità tra le fazioni locali, emanazione della lotta tra i poteri universali, l’Impero e il Papato.

Dalla Discordia alla «Werra»

Dopo gli insuccessi in Italia e la morte del Barbarossa in Crociata (1190), nel 1197 moriva anche suo figlio Enrico VI. Ne seguì un rapido crollo del dominio degli Hohenstaufen nell’Italia imperiale − che ora comprendeva anche il Regno normanno − creando un vuoto di potere anche in Germania. In un impero privo di una costituzione scritta, le reticenze attorno alla regalità del piccolo Federico II, figlio minorenne di Enrico, che in quel periodo forse era proprio ad Assisi, portarono a due elezioni regali nel 1198, che sarebbero…

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