Striccha di Jacopo e Jacopo di Dino
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Potenti sí, ma non senza macchia…

Nel 1345 a Firenze vengono giustiziati Striccha di Jacopo e Jacopo di Dino da Siena, rei di aver contraffatto quattrini e sestini con la complicità di alcuni membri della potente famiglia dei Bardi. Una vera e propria zecca clandestina la cui ubicazione viene rivelata, per la prima volta in questo articolo, grazie ai documenti conservati nei registri giudiziari e alla Cronaca di Giovanni Villani.

Nel registro delle cause criminali «agitate e discusse» presso il Podestà di Firenze Beraldo di messere Maffeo da Narni conservato oggi nell’archivio di Stato di Firenze, è presente una condanna capitale che ha destato parecchia risonanza nella società fiorentina del Trecento perché tra i soggetti coinvolti compaiono anche tre membri della rinomata casata magnatizia dei Bardi. Parliamo in particolare di Rubecchio, Sozzo e Aghinolfo, rispettivamente nipote, figlio e fratello di Piero di messer Gualterotto, socio dal 1320 della holding familiare omonima che la storiografia moderna è concorde nel definire «una delle compagnie mercantili e finanziarie più potenti e ricche d’Europa, se non addirittura la più potente e la più ricca».

Dedita alla raccolta delle decime pontificie, tra la fine del Duecento e i primi del Trecento la Compagnia de’ Bardi contava numerosissimi impiegati in tutta Europa e tra i suoi clienti annoverava i più influenti e ricchi personaggi del tempo, inclusi principi, re e uomini di Chiesa.
Il concittadino Giovanni Villani, mercante, politico e cronista vissuto in quegli stessi anni, non ha dubbi nell’includere i Bardi assieme ai Peruzzi (altra Compagnia fiorentina di straordinaria potenza) tra «le due colonne della Cristianità».

Potenti sì, ma non senza macchia: infatti Piero di Gualterotto è noto per avere ordito la congiura col supporto del fratello Aghinolfo (poi fallita) del 2 novembre 1340 contro il governo-regime di cui i Bardi erano pur una parte influente, col tentativo di restaurare il potere dei «magnati» nella conduzione politi- ca cittadina perché estromessi dagli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella. Le conseguenze, che costarono l’esilio dei più influenti capi della consorteria e la distruzione di molti dei loro palazzi (il danno è stato stimato in ben 60.000 fiorini d’oro!), indussero i direttori della Compagnia stessa a prendere le distanze dall’iniziativa di Piero tramite una lettera rivolta alle autorità, giustificando il fatto che era già stato eliminato dall’assetto sociale prima che desse inizio alla sua azione («fummo in concordia che il detto messer Piero non fosse più chompagno di questa chompagnia da dì 31 d’ottobre anno 1340 inanzi e chosì ne demo una scritta a chonsoli dell’Arte di Chalimala»).

Ma che cosa avevano commesso Rubecchio, Sozzo e Aghinolfo di così tanto grave da essere addirit- tura condannati alla morte per rogo? L’episodio, che come già detto è trascritto nelle carte del registro delle cause criminali del Podestà Beraldo in data 15 ottobre 1345, è ben noto anche al Villani essendo egli stesso concittadino degli imputati e parte attiva della società fiorentina di quel tempo, che nella sua cronaca riporta: «in quelli dì [siamo nel 1345] certi mali fattori cittadini, alquanti di casa i Bardi, e Rubecchio del Piovano, fatti venire da Siena certi maestri falsari di monete, e nell’alpe di Castro avieno ordinato di falsare la detta moneta nuova e quattrini. Furonne presi due e arsi, e confessaron per loro che detti tre de’ Bardi la facieno loro fare, citati e non compariti, furono condannati al fuoco come falsari» (Nuova Cronica, Tomo I, Libro LIII). Il tema della falsificazione…

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