Se il capoluogo conserva poche ma preziose gemme medievali, come l’ex chiesa di San Francesco – destinata a diventare un nuovo polo museale – e gli affreschi cortesi delle «Stanze di Artù», il suo territorio custodisce le testimonianze di una storia antica e prestigiosa. Da Libarna ad Acqui, passando per Tortona e Cassine, per finire all’abbazia di Sezzadio, culla del mito degli Aleramici.
Tra il Pavese ed il Monferrato, dove la Bormida confluisce nel Tanaro, Tanaro, intorno all’anno Mille si estendeva una zona umida, che i documenti medievali chiamano «palea» (palude). Poco distante, sorgeva il piccolo villaggio di Rovereto, luogo di passaggio lungo l’itinerario che conduceva a Tortona in posizione strategica per il controllo del territorio circostante. E fu proprio su questo lembo di terra piemontese che il 20 aprile 1168 i comuni della Lega Lombarda, allora impegnati nella lotta contro l’imperatore Federico I di Hohenstaufen – il celebre Barbarossa -, decisero di fondare una nuova città.
L’area apparteneva ai marchesi del Bosco, avversari degli Aleramici del Monferrato, questi ultimi fedeli sostenitori dell’imperatore.
In pochi mesi, grazie all’impegno congiunto di milanesi, piacentini e tortonesi, sorsero robuste fortificazioni e venne scavato un ampio fossato difensivo. Tutte le energie furono concentrate sulla sicurezza del nuovo insediamento, mentre le abitazioni destinate ai numerosi coloni provenienti dalle vicine Marengo, Bergoglio, Gamondio, Solero, Villa del Foro, Oviglio e Quargnento furono realizzate rapidamente con materiali semplici e poveri: legno, argilla e coperture di paglia (anch’essa detta «palea»). Questo particolare contribuì in seguito a generare equivoci sull’origine del nome di Alessandria, che era detta «de Palea»: alcuni vollero infatti leggervi un appellativo sprezzante, coniato dagli avversari per sottolineare la fragilità (e precarietà) della nuova fondazione. In realtà, la storia avrebbe dimostrato ben presto che quella città, nata quasi dal nulla, possedeva una solidità e una coesione invidiabile. E a farne le spese sarebbe stato proprio il Barbarossa.
Sfida all’imperatore
Il nuovo centro urbano prese ufficialmente vita il 3 maggio 1168 e si sviluppò attorno al culto di san Baudolino, eremita vissuto tra il VII e l’VIII secolo nella vicina Villa del Foro, a cui veniva attribuito il dono della profezia. Secondo la tradizione, il nipote del re longobardo Liutprando, Anfuso, rimase gravemente ferito durante una battuta di caccia. Ai messi del sovrano, venuti a chiamarlo perché prestasse soccorso spirituale al moribondo, Baudolino predisse che il giovane nel frattempo era già morto. Organizzata secondo il modello comunale allora diffuso nell’Italia settentrionale e presto dotata di propri consoli, la città aderì immediatamente alla Lega Lombarda, divenendo ben presto uno dei simboli della resistenza contro il potere imperiale. Civitas Nova, come nei primi tempi fu chiamata, cambiò rapidamente nome in Alexandria, Alessandria, in onore di papa Alessandro III, al secolo Rolando Bandinelli, acerrimo nemico dell’imperatore. Anche il vessillo scelto per la città era carico di significati politici e religiosi: una croce rossa in campo bianco, il segno della Vera Croce e dei pellegrini, già adottato da Milano. Quel simbolo rappresentava la difesa delle libertà comunali, ma anche la fedeltà alla Chiesa contro un imperatore, che invece sosteneva apertamente un antipapa.
Nel maggio del 1174 Federico Barbarossa intraprese una nuova discesa in Italia, la quinta. Le forze a sua disposizione non erano particolarmente numerose: circa ottomila uomini guidati da alcuni fra i suoi più fedeli sostenitori, tra cui il fratello Corrado, il re di Boemia Ladislao, Ottone di Wittelsbach e gli arcivescovi di Colonia e Treviri. Poiché i principali valichi alpini, tra cui il Brennero, erano controllati dalla Lega, l’imperatore fu costretto a percorrere la strada proveniente dalla Borgogna, che transitava attraverso la Val di Susa.
Quel tragitto gli offrì anche l’occasione di consumare una vendetta rimasta in sospeso da quando, sei anni prima, era stato costretto a ritirarsi passando proprio dalle Chiuse, incalzato dalle milizie comunali.
La città più importante della valle, Susa, venne distrutta, Torino occupata e Asti costretta alla resa dopo pochi giorni di assedio.
Forte di questi successi, il Barbarossa proseguì la marcia verso sud. Fu allora che si trovò a fare i conti con una sorpresa spiazzante: una città fortificata che non compariva in alcuna mappa e della cui esistenza nessuno nel suo esercito sembrava avere notizia. Era Alessandria: non soltanto costruita senza il consenso imperiale dai comuni ribelli, ma anche «battezzata» con il nome del pontefice da lui detestato. Federico non ebbe altra scelta: cancellarla con la forza, trasformandone le rovine in un…
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