Come ha fatto un santo africano come Maurizio a diventare il protettore dell’imperatore sassone Ottone I? E cosa significava avere la pelle scura nell’età di mezzo? L’immagine medievale degli «Etiopi» nasce dall’incontro fra cultura classica, tradizione cristiana e nuove esperienze di viaggio. E svela una percezione dell’«altro» sorprendentemente sfaccettata, ben diversa da quella affermatasi nei secoli successivi.
Nell’Europa medievale le categorie attraverso le quali i popoli venivano classificati, rappresentati e percepiti erano molto diverse da quelle che si affermarono in età moderna.
Esse si basavano principalmente sulla rielaborazione della tradizione etnografica classica, coniugata in modo più o meno organico con quella biblica. In questa prospettiva nella descrizione di chi era percepito come altro da sé l’elemento dell’appartenenza all’ecumene cristiana divenne fondamentale.
Ciò valeva anche per coloro che vivevano in Africa e in particolare per gli Etiopi, un etnonimo greco che dall’antichità era usato in modo generico per indicare i popoli africani subsahariani dall’epidermide molto scura: etimologicamente essi erano «quelli che avevano il viso bruciato dal sole». Diverse rispetto all’età moderna e contemporanea erano anche le categorie geografiche diffuse nell’Europa medievale, a cominciare dallo stesso concetto di Occidente che oggi tanto condiziona il nostro modo di concepire il mondo e la sua storia. Sulla base della tradizione geografica antica rielaborata in chiave cristiana era l’Asia, infatti, il continente di maggior rilievo dal punto di vista simbolico, poiché lì si pensava si trovasse il paradiso terrestre. Essa coincideva con l’intero Oriente, mentre all’interno dell’Occidente erano collocati gli altri due continenti allora conosciuti, l’Europa e l’Africa, uno a nord, l’altro a sud.
Per quel che riguarda l’Africa, fino almeno all’XI secolo e all’epoca delle crociate rimase poco conosciuta in Europa, soprattutto per quel che riguarda le sue regioni subsahariane, nonostante stessero vivendo una vivace fase storica. In assenza di frequenti contatti diretti anch’essa continuò a essere filtrata attraverso le categorie geografiche antiche, spesso coniugate con un’etnografia di origine biblica che, partendo dall’episodio del diluvio universale, rappresentava l’intera umanità come discendente da un unico capostipite, Noè, e dai suoi tre figli, Sem, Cam e Lafet, a cui erano ricondotte le popolazioni di Asia, Africa ed Europa.
In questo contesto fu introdotto un elemento di distinzione destinato a pesare molto sulla rappresentazione delle popolazioni dell’Africa e, in particolari, degli Etiopi, sui quali sarebbe ricaduta la maledizione lanciata da Noè contro Cam, che lo aveva sorpreso mentre era nudo e ubriaco. Tra i figli di Cam su cui pesava questa maledizione ce n’era uno che nella versione ebraica della Bibbia era definito col nome di Kush, reso successivamente nella traduzione greca e latina come «Etiopia». Ma oltre all’immagine negativa di Kush/Etiopia legata alla maledizione di Noè la Bibbia ne trasmise anche una positiva, edenica, che troviamo proprio in apertura della Genesi, dove si ricorda che l’Etiopia era lambita dal…
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